Quando in famiglia ti senti in prigione
Nel contesto familiare, il sentimento di noia emerge spesso come conseguenza di una serie di abitudini, ripetute e stratificate nel tempo, che hanno dato “forma”, cristallizzandole, a dinamiche nelle quali i membri della famiglia finiscono per sentirsi intrappolati.

Non di rado, infatti, questa noia nei confronti del proprio ambiente domestico si esprime attraverso un forte desiderio di evasione, in certi casi persino di fuga, di abbandono delle proprie responsabilità, che vengono vissute come una prigione soffocante.

Se ti trovi in questa sezione può darsi che anche tu, o qualcuno dei tuoi cari, stia sperimentando questa situazione.

Questo desiderio di evasione di cui abbiamo parlato, al di là del fatto che si concretizzi o rimanga una fantasia inattuata, è un segnale molto importante che non andrebbe ignorato, né preso alla leggera, ma ascoltato e compreso nel suo significato più profondo.

Chiediamoci innanzitutto: perché a un certo punto sviluppiamo un sentimento di noia nei confronti della nostra vita familiare? Che cosa provoca questo senso di insoddisfazione?

Riflettiamo un momento sulla concezione di “famiglia” che la nostra cultura ci ha trasmesso: da diversi decenni, ormai, specialmente in Italia, il concetto di famiglia viene spesso associato alle idee di abitudine, responsabilità, dovere, mancanza di libertà e di tempo per se stessi; ma anche di polemica, conflittualità generazionale, difficoltà nel comunicare.

Pensiamo a quando qualcuno ci domanda cosa ne pensiamo del matrimonio, o del diventare genitori, del legarsi indissolubilmente a qualcuno per tutta la vita. Come reagiamo, quali “modelli culturali” scattano nella nostra testa?

Siamo sicuri che la noia e il desiderio di evasione siano davvero provocati dalla nostra situazione familiare, o siamo stati noi, piuttosto, ad aver applicato sin dall’inizio dei modelli precostituiti, che ritenevamo “giusti” in assoluto, ma nei quali abbiamo finito per sentirci intrappolati perché in realtà non ci appartengono veramente?

Tra genitori e figli deve davvero esserci sempre discussione, incomprensione; nel rapporto tra marito e moglie deve davvero esserci sempre abitudinarietà, rigidità nella definizione dei ruoli; tra fratelli deve davvero esserci sempre rivalità, litigio…?

Può darsi che, in realtà, ci troviamo immersi in un vero e proprio “incantesimo” della nostra cultura, che ci porta fuori strada, convincendoci che la famiglia debba essere per forza il luogo della noia, dell’abitudine, della polemica, dell’assenza di comunicazione; un limbo, insomma, dove le cose e le persone non possono in alcun modo cambiare.

Tutte le volte che non siamo consapevoli delle meccaniche culturali che stanno agendo su di noi e sul contesto nel quale ci troviamo, finiremo per subire passivamente tali meccaniche.

È pur vero che ogni famiglia non è un “foglio bianco”, ma un contesto che possiede già delle connotazioni, dei valori, anche delle paure di base. Questo perché essa è composta da individui, ciascuno con la propria storia personale e la propria singolarità, e dalle interazioni tra questi individui.

Ma non dobbiamo fermarci a ciò che c’è, a ciò che ci sembra già dato definitivamente, ma dobbiamo agire sulle dinamiche negative, come la noia, l’indifferenza reciproca, l’acriticità e l’accettazione passiva dei comportamenti e delle situazioni, rielaborandole e trasfigurandole.

In che modo?

Imparando a comunicare bene. Il linguaggio verbale rappresenta solo una piccola parte delle possibilità comunicative. Gran parte della comunicazione, anzi, si basa proprio sui messaggi non verbali. Noi tutti comunichiamo di continuo, anche se involontariamente, poiché non si può non comunicare, vivendo immersi in una continua interazione con gli altri. Anche il fatto di chiudersi in silenzio in una stanza, può rappresentare una forma di comunicazione forse più chiara e lapidaria di qualunque parola.

La famiglia è qualcosa di più di un insieme di individui che vivono sotto lo stesso tetto. Essa è un campo di significati e di interazioni che coinvolgono i singoli, che hanno il potere di influenzarsi a vicenda. Saper comunicare bene significherà dunque saper capire qual è il canale e la modalità migliore per comunicare noi stessi agli altri, al di là dei contenuti di ciò che abbiamo intenzione di trasmettere. Il tono di voce che usiamo, ad esempio, influisce molto su come viene recepito un messaggio, al di là del suo contenuto effettivo. Alzare la voce con una persona molto testarda non servirà a nulla, anzi, finirà per peggiorare le cose. Proviamo ad addolcire i toni, senza cambiare il contenuto del nostro messaggio.

Imparare a comunicare tenendo in considerazione la specificità del proprio nucleo familiare e di chi lo “abita”, significherà spezzare quelle meccaniche culturali che creano nella nostra mente delle idee stereotipate di famiglia, a cui va assegnato invece il valore e la dignità che meriterebbe in quanto realtà “nostra”, specifica, unica, che abbiamo saputo costruire giorno per giorno, nell’ascolto, nello sforzo reciproco di “negoziare”, di venirsi incontro, di non lasciare andare le cose alla deriva perché si è convinti che ciò sia inevitabile.

Noia, rifiuto e insofferenza sono espressioni di una mancanza di “erotismo” nei rapporti, inteso come slancio, entusiasmo, sinergia. Tutti elementi che caratterizzano i progetti importanti (e quale progetto più grande, se non quello di costruire una famiglia!) e che possiamo recuperare riappropriandoci del piacere del dialogo, del confronto; riscoprendo la meravigliosa unicità della nostra famiglia.

Che non è né un’idea culturale astratta, né una condanna a vivere una serie di dinamiche immutabili; ma qualcosa che tutti coloro che ne fanno parte sono chiamati a costruire, ogni giorno, nel rispetto e nella valorizzazione delle reciproche differenze.